Gli appezzamenti da bere labitudine

Andrea Bocelli & Helena Hellwig - L'Abitudine

Cura libera di alcolismo in Astrakan

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Il Governo ha creato nuove leggi sulla emigra- zione, e il- Commissariato di recente istituzione, j resieduto e amministrato con zelo e amore, co- mincia a portare i suoi frutti.

Il nostro Eugenio F. Ecco l'origine e lo scopo delle lettere argentine del nostro redattore Luigi Barzini, pubblicate nel Corriere dal novembre dello. Sono lettere oneste e coscen- ziose, gli appezzamenti da bere labitudine presentiamo ora raccolte in volume percliè su tante verità è necessario un p o' insi- stere, e disgraziatamente gli articoli di giornale nascono, vivono e muoiono nel corso d'una sola gli appezzamenti da bere labitudine. Speriamo di non aver fatto opera completa- mente sterile, e di aver portato, nel limite delle nostre forze, un contributo allo studio dell'emi- grazione che tanto ci sta a cuore.

Gridano addio I E par che gridino aiuto I In fondo ad gli appezzamenti da bere labitudine nostro dolore possiamo trovare sempre un addio : a qualche cosa o a qual- cheduno. Pare che soltanto allora chi parte abbia net- tamente il sentimento dell'irreparabile. Scoppiano i pianti fra la povera folla accampata sui ponti; si annodano abbracci lunghi, violenti, disperati ; le facce lacrimanti si reclinano sulle spalle scosse dai singhiozzi; delle parole interrotte e affannose s'intrecciano: Ricorda!.

Torna, torna! A terra! Non sono molti. L'amaro conforto dei 'saluti non è per tutti. È una folla varia che si dispone lungo la banchina, con le pallide facce attente alla rave, aspettando.

Vi è -gualche cosa di lunebre in questa attesa. In- fatti la partenza di un emigrante per un lontano paese ha un po' della morte. Egli muore alla sua vita con- sueta. Muore per i suoi, muore per il suo paese, spa- risce verso l'ignoto. Egli forse pensa vagamente ad gli appezzamenti da bere labitudine ritorno, è vero ; la sua morte ha una speranza di ri- surrezione. Ma nel momento del distacco gli appezzamenti da bere labitudine turbine del dolore disperde ogni sogno.

Egli ha V occhio per- duto e il viso desolato di chi si trova di fronte all'a- bisso insondabile di un'altra vita. Questi due dolori di fronte, dalla riva alla nave, si nutrono l'uno dell'altro fino alla disperazione. Tutti tacciono perchè tutti sentono che parlare sa- rebbe piangere.

Solo qualche voce mormora ogni tanto: coraggio I E dei singhiozzi rispondono. Un emigrante arriva in ritardo, correndo, seguito da una donna. Hanno il volto acceso dalla corsa e tutto bagnato di lacrime. Sul limite dell'imbarcadero si abbracciano strettamente, senza una parola, mentre i facchini pronti a ritirare la passerella gridano: Presto I Poi Tuoi o si svincola e si slancia a bordo, come fuggendo.

Lo segue lo sguardo desolato della donna che rimane immobile, stordita. Nessuno bada a questa scena; il dolore rende egoisti, cioè crudeli; i dolori degli altri sono spesso di conforto ai propri. Nel silenzio si odono i comandi dall'alto della plan- cia: i fischi dei segnali trillano degli ordini. Da tutto intorno viene intenso il tuono della vita, il palpito della città indifferente.

I trams elettrici fuggono rom- bando lungo la via di circonvallazione e suonano gli appezzamenti da bere labitudine legramente le loro campanelle.

Il frastuono d'un treno in partenza si spegne nel tunnel che va a sboccare nella luminosa San Pier d'Arena. Dalle col- line scende il vento fresco e porta gli ultimi profumi della terra. Il colossale Nettuno della villa Doria, guarda dal folto degli alberi con pro- fondo disdegno il suo regno antico, il mare; pare che dica: Qui, qui si sta bene! Genova tutta sorride al sole Le grandi braccia lente delle gru hanno posto nella stiva aperta le ultime casse.

La passerella viene ritirata. Nulla è più fra la terra e la nave. Si ode un comando. Gli argani di prua si mettono a girare con frastuono : l'ancora sale, esce lentamente dal mare bagnata e scin- tillante. Gli ormeggi si allentano. Sotto alla poppa l'acqua comincia a ribollire, si forma un vortice da cui la spuma fugge in tumulto spandendosi gli appezzamenti da bere labitudine Febea è in moto.

Gli appezzamenti da bere labitudine emigranti si accalcano ai parapetti, si arrampi- cano agli attacchi delle sartie, lottano per un posto, pallidi, silenziosi, risoluti. II piroscafo si sposta: lentamente lentamente scorre lungo la banchina. La folla muta lo segue passo passo facendo dei segni d'addio. Qualche fazzoletto sale agli occhi, ma per poco; non c'è tempo di piangere, si vuol vedere, vedere fino all'ultimo, vedere fino che è possibile: i momenti sono preziosi.

Gli occhi non si distolgono un istante dalla nave; occhi rassegnati e dolenti, nei quali con l'espressione della sofferenza vi è tanta dolcezza d'implorazione. Chi soffre rassegnato ha lo sguardo del vinto che domanda pietà, ed emana da lui tutta la poesia della sconfitta. Una povera donna solleva sulla testa un bambino che saluta con tutte e due le manine, ridendo.

Ad gli appezzamenti da bere labitudine tratto il vortice di spuma diventa tempestoso, l'elica comincia a pulsare rapidamente facendo vibrare la nave tutta.

La terra si scosta. Allora delle voci si levano, dei pianti mal contenuti scoppiano. Poi, im- provvisamente, dai fianchi del gli appezzamenti da bere labitudine si sferra il grido disperato che stringe il cuore, Y urlo che quasi non sembra più umano: Addio 1! E mille braccia si tendono verso la terra e si agitano quasi nell'inane sforzo d'un ultimo amplesso. Sopra di essa biancheggiano i fazzoletti agitati, e ogni fazzoletto è riconosciuto da bordo come se fosse un volto, è seguito fissamente, avidamente.

Quel puntino bianco che sfarfalleggia sulle teste ripete ancora una volta tutto quel mondo di cose inesprimibili che le anime sanno dirsi quando il pianto rende muta la bocca. Si passa vicino ad una nave-scuola, dalla quale arrivano le allegre battute d'una marcia militare ; dei ragazzi in uniforme marinaresca si affacciano al parapetto agitando i ber- retti.

Il nostro piroscafo silenzioso si allontana scivo- lando sull'acqua calma e serena. Sopra un carboniere, dei marinai in catena eseguiscono una manovra, e il loro canto lietamente si spande nella quiete del porto. Si gira il Molo Vecchio, dietro al quale spunta la fo- resta delle alberature veliere, un intreccio folto di sartie, di scale e di pennoni che spicca sull'azzurro immacolato del cielo ; il mare scherza in mille modi sugli scogli intorno alla lanterna.

Allegri squilli di tromba vengono da due navi da guerra ancorate al Molo Lucedio : dei canti lontani pare che si chiamino. I gabbiani si rincorrono a fior d'acqua gridando, come per giuoco. Girando il Molo Giano per uscire dal porto, Genova intera si apre allo sguardo, vigilata dai forti, incantevole.

Vi è per tutto una gioiosa aria di festa! Poco a poco ogni cosa fugge gli appezzamenti da bere labitudine e si an- nebbia. La faccia della Patria imnallidisce lontano, ma lungamente ancora corrono su di lei fervide le ultime carezze dello sguardo nostro Mi è capitato per le mani un opuscolo interessante.

Lo ha trovato interessante, prima anche di me, il Gli appezzamenti da bere labitudine argentino, tanto che ha credulo bene di au- torizzarne la compera di quindicimila copie per l'arie distiibuire gratuitamente in Italia.

È appunto perchè è scritto con sincerità che è interessante. Ma fra la rela- zione di tante co. I loro lavori, come pure quello dei campi, ri- sulteranno pesanti, foise più pesanti che i lavori ana- loghi che si fanno in Italia Gli emigranti debbono rassegnarsi a tutto nei primi tempi e andare in Gli appezzamenti da bere labitudine rica con ridea che i principi saranno duri e penosi Il collocamento degli arti.

Gli emigranti a cui si offre un'occupazione fuori di Buenos Aires l'ac- cettino subito ed abbiano la decisione di andare dap- peitutto. In Buenos Aires è molte volte impossibile la collocazione. Gli emigranti si debbono rassegnare alle contrarietà dei primi tempi, vivendo male, adattandosi a qualunque lavoro, senza debolezze, ne abbattimenti. Altrimenti sarebbe meglio che non si muovessero dal loro paese, perchè in qualunque nazione d'America si dirigessero troverebbero di peggio Meglio per loro se la realtà sarà poi meno fosca delle previsioni L'America come si presenta alle fantasie e alle speranze di tanta povera gente non è mai esistita, neppure all'epoca dei Guarany.

Ed è questo che dovrebbero capire gli allucinati che continuano ad essere attratti laggiù dal sogno di facili ricchezze. Dovrebbero capire che se facessero in patria quanto la necessità fa far loro laggiù, se profondessero nel loro paese tutte le energie con le quali fanno ricchi quei lontani paesi, se i sacrifici e il lavoro bestiale ai quali U spinge, una volta emigrati, la disperazione come una sferza sanguinosa, li riser- bassero per la bella terra che li ha visti nascere, se le iniziative che essi trovano quando lontani e perduti il bisogno li stringe, le avessero a casa loro, trovereb- bero bene in Italia la loro America, ma quella delle leggende, e più bella, e più cara.

Gli appezzamenti da bere labitudine quasi che la giovane Ame- rica ci stenda una mano caritatevole, a noi vecchi miserabih, prendendoci un po' di braccia. Gli appezzamenti da bere labitudine la miseria dAmerica, della terra promessa? E gli scioperi argentini? E i diecimila disoccupati di Buenos Aires? E coloro che tornano da laggiù sfiniti, con la volontà spezzata? E quelli che non possono nemmeno tornare perchè non ne hanno la forza? Di fronte agli arrivati che conosciamo, quanti caduti, ignoti, lontani, dimenticati?

L'America è un paese dove si soffre, dove si piange e dove si soccom- be, come in tutto il mondo. E non sono di quei mastini che possa fornire l'emigra- zione nostra. L'emigrazione italiana è un'emigrazione di muscoli. Sono buone brac- cia che si vogliono da noi, ma niente altro che buone braccia. E noi le diamo. Dalla lettura di questi consigli airemigrante italiano si forma a poco a poco la netta visione di che cosa sia vera- mente l'emigrazione laegiù : gli appezzamenti da bere labitudine dai consigli del me- dico si capisce il male.

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